Arriva la nuova raccolta di Halloween a cura di Writers United-Italia

 

14915345_1680490692280714_7110188802879169819_n

E’ con sommo piacere che vi annuncio l’imminente uscita di una raccolta ad opera di scrittori eccezionali, che hanno messo il loro talento nel farvi vivere una notte da brivido! Si tratta di una raccolta interamente gratuita che servirà a farmi conoscere l’arte di:

TAMANA – Aurora Stella .

RAVENHEART – Natascia Luchetti.

JAGY BAJA – Gianmario Mattei .

ROBERT DAHLSTRÖM – Domenico Del Coco.

HAZEL – Vito Ditaranto..

SILVIA – Suanna Fedra Roberti

 

con l’introduzione scritta da me medesima. Affrettatevi!!!

Annunci

Le droghe nella preistoria

Alcol e droghe: nella preistoria servivano per comunicare

Poco dopo la metà del XIX secolo, per Charles Baudelaire la droga nel suo tempo apparteneva “alla classe delle gioie solitarie”, fatta “per i miserabili oziosi”.

Preistoria PJ Magazine

Un modo dunque per estraniarsi dalla realtà, godere edonisticamente dei viaggi che essa è in grado, nel migliore dei casi, di regalare.

Sembra però che a differenza dell’uomo moderno e poi contemporaneo, i popoli preistorici che abitavano la regione europea millenni prima di Baudelaire, facessero anch’essi uso di droghe, ma non semplicemente per il loro piacere edonistico. Alcol e droghe vegetali, come papaveri da oppio e funghi allucinogeni andò di pari passo con il sistema di credenze e rituali di sepoltura sacri di molte società del passato, in particolare per favorire la comunicazione tra mondo terreno e universo spirituale. Questo è quello che emerge da uno studio condotto da Elisa Guerra Doce, una ricercatrice di stanza all’ Universidad de Valladolid, in Spagna, sul Journal of Archaeological Method and Theory.

Nonostante da tempo sia cosa nota che il consumo di queste sostanze è in realtà antico quanto la stessa società umana, è solo di recente che i ricercatori hanno iniziato a esaminare i contesti storici e culturali in cui antiche sostanze inebrianti venivano usati in Europa.
Nei suoi studi, la ricercatrice ha considerato quattro tipi di documenti archeologici: i cosiddetti macro fossili, cioè resti di foglie, frutti o semi di piante psicoattive, antichi residui di bevande alcoliche rimasti per millenni racchiusi entro vasi; alcaloidi psicoattivi presenti in reperti archeologici e resti scheletrici di uomini preistorici e infine le raffigurazioni artistiche di tutte quelle specie di piante che si credeva alterassero l’umore di chi le assumeva. A questo ultimo gruppo appartengono per esempio i componenti del papavero da oppio ritrovati nei denti di un maschio adulto in un sito neolitico in Spagna, semi di cannabis scoperti all’interno di ciotole trovate in Romania; e ancora tracce di birra d’orzo provenienti da vasi di ceramica rinvenuti nella penisola iberica e disegni astratti rinvenuti nelle Alpi italiane che raffigurano l’uso rituale di funghi allucinogeni.
Ed è proprio studiando questi reperti in relazione alle circostanze del loro ritrovamento, che secondo la Guerra non ci sono dubbi circa il fatto che tali sostanze fossero fortemente legate all’uso rituale, al fine di alterare il normale stato di coscienza o per raggiungere uno stato di trance, come accade ancora oggi nei rituali di certe popolazioni indigene.

I dettagli delle rituali sono ancora da chiarire, ma le ipotesi finora sembrano essere due: primo, che queste sostanze stupefacenti venissero utilizzate nel corso di riti funebri per fornire sostentamento per i defunti nel loro viaggio verso l’aldilà, oppure come una sorta di omaggio alle divinità del mondo sotterraneo. Inoltre, secondo le ricerche della Guerra, il fatto che si ritenesse che queste droghe aiutassero la connessione con il mondo degli spiriti, rivestendo dunque un ruolo sacro all’interno della società, sembra suggerire che lo stesso diritto di utilizzare tali sostanze potrebbe essere stato regolamentato in modo preciso all’interno della comunità.
Non un uso dunque estetico, come accade – si dice – nella società odierna, ma metafisico.

Cristina Da Rold

IL MEDIATORE CULTURALE: COME COSTRUIRE UN PONTE TRA DUE CULTURE

mediatore-culturale

L’IMMIGRAZIONE: ANALISI DEL CONTESTO

I fenomeni migratori sono il prodotto di un mercato globale che non ha solo portato alla caduta di barriere culturali, ma ha anche accentuato le disuguaglianze economiche, rendendo macroscopico il divario tra nord e sud del mondo, che si trova a partecipare all’economia globale, con le sue risorse naturali e con una forza lavoro inesauribile e a costi bassissimi. Diventa inevitabile che, in uno scenario in cui nessuna regione rimane estranea all’attrazione del mercato mondiale con  i suoi simboli e le  sue lusinghe ma in cui le opportunità globali non si muovono verso i poveri, siano i poveri a muoversi verso esse, fuggendo dai vincoli e dall’incertezza di aree marginali e progressivamente immiserite. Diversi sono i progetti e le condizioni di partenza e di ritorno. Si può migrare per sfuggire a una guerra civile o a una carestia, per mantenere chi è rimasto a casa con un lavoro precario e stagionale, per costruirsi una casa o un futuro nel proprio paese, ma anche per aumentare le proprie opportunità o il proprio reddito. Per questo contrariamente agli stereotipi correnti, non emigrano solo i poverissimi e i non istruiti, ma spesso i laureati, i tecnici e gli studenti. Le migrazioni non sono invasioni di masse omogenee e culturalmente caratterizzate, ma piuttosto trasferimenti non necessariamente definitivi. di una pluralità diversificata di individui, legati a progettualità e ad aspettative differenziate.  Osservando i dati del dossier statistico della Caritas 2004, la situazione di ineguale sviluppo economico della società mondiale come prima causa dell’immigrazione appare drammaticamente reale. I 6,3 miliardi di persone della terra non hanno tutti la stessa dignità: il 60% della ricchezza mondiale è detenuto dall’America e dall’Europa, che sono solo un quarto della popolazione mondiale. Il reddito medio annuale per abitante del pianeta è di 8.200 dollari ma questo è solo virtuale perché scende alla metà per i paesi in via di sviluppo ed oscilla tra i 36.239 dollari dell’America Settentrionale e i 938 dell’Africa Orientale. Se si guarda all’economia globale dal punto di vista della gente, il suo più grande fallimento consiste nell’incapacità di creare lavoro sufficiente nei luoghi in cui le persone vivono. Una delle maggiori risorse di questi stessi paesi è costituita dagli stessi risparmi degli immigrati che nel 2003 hanno costituito la prima fonte del loro finanziamento (pari a 9,3 miliardi di dollari). Già nel corso degli anni 90 era giusto affermare che l’immigrazione tra quote programmate e consistenti regolarizzazioni, andava aumentando secondo un ritmo vivace: tra il censimento del 1991 e quello del 2001 la presenza è triplicata, passando da 356.000 a più di un milione di presenze. Successivamente l’andamento è diventato molto sostenuto e, tra il 2000 e 600mila presenze regolari. I primi tre gruppi nazionali (Romania, Marocco, Albania) ciascuno con circa 230/240 mila soggiornanti registrati, hanno rafforzato la loro consistenza. Al quarto posto per numero di soggiornanti balza l’Ucraina (113.000) e quinta è la Cina (100.000). Nella fascia tra le 70 e la 60.000 presenze troviamo Filippine, Polonia, e Tunisia, mentre nutrito è il gruppo di paesi con 40.000 presenze (Stati Uniti, Senegal, India, Perù, Ecuador, Serbia, Egitto, Sri Lanka). Per quanto riguarda i continenti si impone la presenza europea con quasi la metà del totale (47,9 di cui solo il 7% costituito da cittadini comunitari) seguita dall’Africa con quasi un quarto (23,5%) ciò conferma la tendenza della politica migratoria italiana a coltivare una dimensione euro-mediterranea. La difficoltà dell’integrazione di questi uomini e queste donne venute da lontano è sicuramente complicata da un fattore importante: il nuovo scenario mondiale. Lo scenario moderno è caratterizzato non solo da disordini e squilibri economici, ma anche e soprattutto da disordini sociali e culturali. Sembra infatti che la società, la politica, la convivenza fra diversità, vadano sempre più verso il disordine sia politico, con il crollo di vecchi giganti del potere, la scomparsa di vecchie statualità e la comparsa di micro-nazioni, ma anche e soprattutto, disordine culturale. L’afflusso costante di immigrati, provenienti in buona parte dai paesi interessati dal crollo del bipolarismo e dall’avanzamento dei conflitti bellici, porta ad un incontro/scontro tra identità etniche, culturali ma anche sociali ed economiche. Questi processi migratori modificano inevitabilmente anche l’organizzazione sociale e culturale dei luoghi, soprattutto nelle grandi città, dove la globalizzazione genera spazi contraddittori caratterizzati da differenziazioni interne, continui sconfinamenti e nuove conflittualità. I giornali attestano la persistenza di atti di violenza riconducibili a intolleranza razziale nei confronti di cittadini stranieri. Nel corso di cinque anni pur essendo diminuita in termini assoluti i casi di violenza (spesso rivolta a donne singole, per lo più da parte di sfruttatori o anche a minori) sono tuttavia aumentati quelli dichiaratamente razzisti (50 su 236 nel 2002 pari al 21% del totale) che sfociano nella morte dell’aggredito. Tra le città monitorate, Roma detiene il tasso più alto di aggressioni a sfondo razzistico mentre più tolleranti risultano, tra le grandi province, Napoli e tra i piccoli capoluoghi, Ancona, Pesaro e Avellino. Un’altra indagine (condotta su un campione di giovani tra i 14 e i 18 anni) mostra come il pregiudizio razziale in Italia sia più marcato verso musulmani, ebrei e immigrati extracomunitari e a livello territoriale più presente in regioni del nord come Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Quasi il 50% del campione intervistato ritiene che gli immigrati debbano tornarsene a casa loro soprattutto perché avverte la paura dell’accerchiamento o teme la perdita della propria identitàe delle proprie tradizioni, mentre diminuita risulta la preoccupazione che gli stranieri tolgano lavoro agli italiani.[1] In realtà grazie anche a norme sui permessi di soggiorno e di lavoro progressivamente sempre più restrittive e difensive, è come se la gran parte degli stranieri presenti sul nostro territorio fossero avvolti da una membrana di invisibilità: persone che vivono lavorano, fanno progetti stringono relazioni, ma che rischiano di diventare non persone. “Il contrasto tra la loro visibilità esterna, ingombrante perturbante diventa istituzionalmente  l’effetto di ciò che il nostro mondo proietta sulla membrana della loro invisibilità giuridica e concreta e in essi vediamo i criminali, i poveri, i clandestini, gli abusivi in sintesi gli estranei che pretendono di vivere fra di noi o di prendere il nostro posto.”[2] Molto spesso l’immigrato è richiesto ma non benvenuto: l’utilità e la convenienza della sua presenza economica entra in contraddizione con la sua inaccettabilità sociale di residente sul territorio. Nei conflitti sociali e politici che inevitabilmente scaturiscono da questa contraddizione, più che la disponibilità a integrarsi dei nuovi arrivati il nodo sembra essere la disponibilità a integrarli da parte della società di accoglienza.

COSTRUIRE UN PONTE TRA CULTURE

Una soluzione per attenuare il crescente disordine sociale risiede nella capacità di  trovare un punto di incontro e scegliere una via di mezzo o favorire compromessi; è creare ponti e tessere reti di relazioni o individuare significati intermedi e condivisi. La mediazione così concepita rappresenta così l’impegno razionale a contenere le risposte immediate e reattive e a trasformarle in momenti di costruzione e di crescita. Sul piano dell’agire le mediazione è la prassi ternaria, discorsiva, conciliatoria, assertiva che mira a contrastare le interazioni potenzialmente o concretamente conflittuali permeate dalla logica vincitori e vinti che in realtà è un gioco a somma zero[3]. Quanto più le relazioni sociali e interpersonali si moltiplicano e si complicano, tanto più la mediazione sembra progressivamente necessaria e inevitabile. Il conflitto che rimane sempre sullo sfondo anche quando non si manifesta, è il complesso problema culturale della convivenza e del confronto fra diversi sistemi semantici, punti di vista e progetti di vita che si concretizza specificatamente nelle forme del conflitto politico, sociale ed economico. Una delle ragioni del permanere e dell’accentuarsi di questo conflitto è da individuare nella contraddizione fra un mondo che si unifica e una incapacità di pensare queste trasformazioni.  La paure dello straniero e della sua contaminazione culturale è un modo per dare visibilità a in mondo globalizzato più difficile da capire e concettualizzare e rende esplicito la realtà di culture nazionali create artificialmente (solo da un paio di secoli). Le paure aumentano con il dilagare di guerre e disastri naturali  e dall’aumento di una mobilità generale che non dà più protezione. Il diverso considerato un tempo interlocutore del divino, grazie alla razionalità e al metodo della ricerca diventa il nemico l’altro da se. La paura del nemico nasce in epoca di crisi ed è la paura che elementi estranei si infiltrino inducendo un cambiamento che coglierebbe impreparati i protagonisti dello stesso.

Il tentativo di tenere a distanza l’altro, il diverso, l’estraneo, lo straniero, la decisione di ignorare o negare il bisogno di comunicazione e di incontro, non è l’unica risposta concepibile ma sicuramente la più prevedibile di fronte all’incertezza esistenziale che si radica nell’attuale fragilità e provvisorietà dei legami sociali. Quanto più ci si sente esposta al rischio di infiltrazione e di contagio da parte di elementi estranei, tanto più la vita dell’individuo e della società tende a chiudersi all’interno dei propri confini e delle proprie pratiche immunitarie. Emblematici a tal proposito i sostenitori dell’identità etnica e della sua preservazione, come della purezza e dell’isolamento comunitari espressione più radicale della paura della contaminazione sociale e culturale e del bisogno insoddisfatto di sicurezza individuale. L’idea di eticità rimanda infatti a una sorta di vincolo preordinato e indissolubile che precede qualsiasi altra contrattazione e frena ogni intervento sulla sua frammentaria ma rassicurante funzione di nicchia omogenea e naturale. In realtà la cultura o l’etnicità riconosciuta ai migranti è soprattutto quella che deriva da un processo di costruzione e di eticchettamento operato dalle società di immigrazione che trasformano gli stranieri in etnie, comunità e subculture per acquisire maggiore capacità di identificazione, controllo e marginalizzazione di ciascuno come oggetto di contrattazione o sfruttamento. Fra tutte le componenti del profondo conflitto sociale che è sotteso al bisogno di mediazione culturale nei processi di accoglienza, integrazione inserimento nei servizi degli adulti e dei bambini quest’ultima rappresenta il rischio più sottile: la nozione di multiculturalismo. questa può contribuire ad avvalorare il falso presupposto che i migranti costituiscano frammenti di culture diverse e immutabili a cristallizzare la loro differenza a perpetuare e approfondire il naturale solco fra noi e loro. Con il risultato che i migranti vengono ricacciati nei loro contenitori culturali o religiosi percepiti come o una minaccia all’integrità delle società che li ospitano o come una temporanea risorsa da rispedire al mittente quando non è più necessaria.

La mediazione diventa così una modalità necessaria per favorire l’incontro e disinnescare i fattori che rischiano di trasformare invece l’innesto di elementi fautori di cambiamento in scontro di civiltà. Il mediatore dovrà saper rappresentare la cultura minoritaria facendola entrare in relazione con quella maggioritaria e assumendosi la responsabilità di far interagire due sistemi, per valorizzarne i punti di forza e creare un sistema di reciprocità e di scambio fra le diverse regole di vita e di organizzazione sociale. Se mediare significa avvicinare, facilitare il contatto, incoraggiare e sostenere l’interazione e lo scambio, in sintesi il compito del mediatore è da un lato quello di agevolare l’accesso e l’uso da parte degli immigrati di servizi, luoghi e risorse comuni a tutti i cittadini, dall’alt6ro quello di favorire il riconoscimento, da parte del paese di accoglienza, dei bisogni delle specificità e delle differenze culturali linguistiche e religiose di cui sono portatori i singoli gruppi di immigrati. Affinando le proprie competenze potrà esplicitare i diversi significati che le situazioni assumono per soggetti posti in condizioni e culture diverse, ma anche rivelando con appropriate traduzioni l’essenziale omogeneità delle situazioni dell’esistenza. Il mediatore svolgerà il difficile compito di creare ponti e legami tra soggetti diversi svelando e rendendo trasparenti le differenze e le somiglianze e tentando di riparare o almeno di attenuare le asimmetrie e le differenze rispetto alla risorse ma anche le dissonanze nelle rappresentazioni delle diversità e nella comunicazione interculturale. Per fare ciò il mediatore deve essere in grado di superare la propria cultura creando in se stesso, un ibrido coerente ed equilibrato,  il cui fondamento sarà la concezione universalistica che ogni cultura è solo un tassello, un riflesso, una parte di una  molto più grande.

Nonostante ne sia stata delineata l’importanza e la funzionalità nel favorire ed accompagnare i processi di cambiamento legati al fenomeno immigrazione, il mediatore culturale è però una figura professionale ancora indefinita. La normativa nazionale soltanto di recente ne ha riconosciuto l’esistenza e la funzione. E’ infatti solo con la legge del 6 Marzo 1998 n. 40, Disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, che si fa riferimento esplicito al mediatore culturale, definendone il ruolo attivo nell’integrazione sociale delle minoranze. Mentre aumenta progressivamente in diversi settori la richiesta di mediatori nei servizi pubblici come facilitatori delle relazioni fra le istituzioni e le comunità minoritarie e immigrate,  manca un atteggiamento definitivo e condiviso circa il profilo professionale, i bisogni formativi e gli stessi compiti che questi esperti della mediazione sociale e culturale, dovrebbero svolgere all’interno o a fianco di questi servizi.

COMPETENZE

 In mancanza di una concreata definizione di una definizione più precisa della figura professionale del mediatore si può tracciare invece una mappa di quelle necessarie competenze in grado di favorire e agevolare il suo ruolo di ponte fra culture. Il mediatore in sostanza darà importanza non solo a competenze teoriche ma sarà in grado di:

  1. sperimentare su se stesso interazioni dotate di senso e di significati condivisi e la capacità di individuare in queste relazioni gli spazi intermedi per la costruzione di passaggi di senso capaci di mettere in luce gli universali su cui si fondano i confronti e i legami tra gli apparenti particolarismi.
  1. La capacità di osservare la realtà come risultato di una costruzione sociale[4] e di intervenire per modificarla, implica lo sviluppo di una competenza fondamentale per il mediatore: quella di prendere le distanze dai processi di reificazione su cui si basano gli stereotipi e le credenze comuni, per poterli osservare e criticarepur mantenendo un contatto empatico con i soggetti che ne sono portatori e che li rendono visibili.
  1. Sarà in grado di ripensare le condizioni e le modalità che consentono l’avvicinamento all’altro, al diverso da noi e costruire una relazione concreta con la differenza e rendere questa alterità plausibile ai nostri occhi cercando di smontare l’immagine inquietante e mostruosa dell’altro e il desiderio di omologarlo di cancellarne la differenze, di renderlo identico a noi. considerazioni emerse.
  1. capacità di analisi antropologica. Questa capacità non si limiterà tanto allo studio delle principali teorie antropologiche ma sarà mirato ad acquisire la capacità di osservare ed analizzare il modo in cui i modelli culturali dell’uomo moderno sono utilizzati per gli scopi che egli considera come primari. Questi possono portare alla divisione, alla sopraffazione o all’interazione cumulativa. Il concetto più importante che sarà applicato dal mediatore sarà il concetto chiave della scuola di Chicago ossia la schismogenesi. Questo termine indica i processi di differenziazione nelle norme culturali del comportamento individuale.Grazie ad un’analisi del genere applicata al contesto dell’immigrazione, quindi sul come e sul perché le civiltà entrano in contatto, il mediatore culturale potrebbe essere in grado di modificare un contatto distorto e nocivo.
  1. Un nuovo tipo di apprendimentoimparando a comprendere le novità della società post-moderna che ospita i fenomeni migratori e a valutare se i singoli comportamenti sono adeguati al contesto è una questione di apprendimento superiore. Ossia la capacità di unire il conosciuto con lo sconosciuto, di acquisire un saper fare, di riconoscere non soltanto ciò che era già noto ma ricongiungere il riconoscimento con la scoperta. Nel cercare  di destrutturare la propria cultura (intesa come modo di osservare e interpretare la realtà sulla base di valori propri o trasmessi), il mediatore deve cercare di superare il proprio etnocentrismo e assumere un atteggiamento di relatività culturale. Per fare ciò dovrà reimparare a conoscere la propria cultura e reindividuare le cornici culturali per l’osservazione di dinamiche interculturali  al fine di comprendere e accattare le differenze.Ciò comporterà un analisi degli orientamenti valoriali che sono alla base di attitudini credenze e opinioni e come la propensione a preferire una scelta ad un’altra ( rapporto tra individuo e natura, tra l’uomo e il tempo
  1. capacità comunicativaLa comunicazione fa parte del processo di apprendimento e presuppone uno scambio continuo di informazioni tra noi e l’esterno. Se questo flusso è disturbato i comportamenti e gli apprendimenti della persona saranno altresì disturbati e presenteranno patologie più o meno gravi. Se il mediatore culturale riesce a far propria una diversa  definizione della comunicazione, concependola come una differenza che genera una differenza,[5] passa da una comunicazione incentrata sulla relazione/integrazione piuttosto che sulla divisione/opposizione. Questo passaggio favorisce la consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale del modo di vivere e di rapportarsi all’esterno e delle regole che ci siamo dati per vivere. comporta la conoscenza e la capacità di controllo su se stessi, sui propri gesti e modi di comunicare, sulla rappresentazioni che si hanno degli altri, ma anche la capacità di ricavare risorse e progetti dai punti critici della relazione per costruire nuovi contesti di empatia e comunicazione.

Per questo il mediatore dà molta importanza a:

 Parole e significati

Gesti e linguaggi non verbali

   Punti di vista differenti

Storie personali appartenenze e riferimenti culturali soggettivi

   Smettere di cercare il controllo degli altri e cercare un miglioramento della partecipazione collettiva

   Smettere con l’abitudine alla manipolazione unilaterale degli altri e creare modelli sociali di co-evoluzione

Smettere di trattare gli altri come macchine e cercare relazioni spontanee

  1. educazione alla convivalità della differenze: sarà un percorso molto importante in cui si effettuerà:
  • revisione critica dei saperi insegnati nelle scuole. Ad esempio nella storia scoperta/conquista dell’America, rilettura critica delle civiltà del mediterraneo(Braudel) studi sulla subalternità
  • confronto tra culture: orale/tradizione scritta, incontro e scontro di valori, valorizzazione della lingua e della cultura di origine,
  • Sperimentazione della migrazione come viaggio dentro di se
  • Attività interculturali comuni: attività di conoscenza reciproca anche attraverso il ricorso a linguaggi verbali e non verbali (teatro, musica, disegno, drammatizzazione ) lettura di libri bilingue, confronti culturali per analogie e differenze.

Queste competenze acquisite sono di enorme importanza in quanto permettono di cambiare la prospettiva personale del mediatore fornendogli un diverso approccio alla realtà,  che gli consente una sorta di ristrutturazione psico-sociale. In possesso di questo  nuovo senso della realtà il mediatore saprà analizzare ed osservare in un ottica diversa:

  1. La normativa che regola le condizioni di soggiorno accoglienza e permanenza nei vari paesi
  2. I diversi progetti migratori i periodi di permanenza, le situazioni e la condizioni relative, con particolare riguardo alla tipologia degli utenti con cui ci si rapporta e il tipo di bisogno che esprimono
  3. L’immigrazione studiata nei suoi vari aspetti psicologici, individuali, esistenziali, sociologici, statistico-demografico
  4. L’organizzazione e le risorse del sistema welfare con particolare riguardo alle caratteristiche e le funzioni delle strutture nelle quali avviene la mediazione.
  5. Il rapporto tra laicità e stato nelle diverse culture in particolare l’analisi tra fondamentalismi e democrazie.
  6. La questione femminile  con particolare riguardo alle zone mediterranee.
  7. Approccio alle diversità culturali: in particolare l’analisi sulle principali religioni e la cultura da essi portata
  1. Il sistema internazionale della cooperazione economica e culturale.

In sostanza al centro di ogni conoscenza di ogni competenza tecnica o pratica dovrà porsi la persona umana ponendola in grado di sviluppare comportamenti, atteggiamenti e una comunicazione che traduca in pratica i principi della interculturalità nei rapporti con il prossimo. Smontando i meccanismi della frustrazione, del controllo degli altri, dell’aggressività si cercherà di intraprendere un percorso educativo che riesca a comprendere i bisogni, le emozioni e le infinite alterità dell’altro.

Questo punto riveste una notevole importanza perché è proprio la concezione dell’uomo a favorire o frenare il processo di integrazione. Non solo, ma la definizione che noi diamo di essere umano, educa anche il futuro mediatore culturale. Se un uomo da credito a opinioni infondate circa la sua natura e quella dell’altro, sarà inevitabilmente spinto a mettere in atto, comportamenti immorali e patologici. Fa parte della natura umana apprendere non solo dettaglia anche filosofie inconsce, diventare ciò che si finge di essere, assumere la forma e le caratteristiche che la nostra cultura ci impone. I miti, le filosofie, le costruzioni sociali in cui la nostra vita è immersa, acquistano credibilità mano mano che diventano parte di noi. E’ verso questi miti, verso queste attribuzioni di significato, che siamo responsabili poiché questi forgiano il nostro futuro.

( Pubblicato su didaweb.it)

 

 

 

 

 

 

 

Immigrazione e cittadinanza

 

download.jpg

 

Si parla molto oggi della concessione del diritto di voto agli immigrati come mezzo per garantire l’esercizio della rappresentanza politica e come garanzia di un’avvenuta integrazione.

Su queste motivazioni però è necessario fare alcune considerazioni: la politica e la partecipazione a essa connessa, non può risolversi soltanto nell’esercizio del diritto generico di voto, ma è un mezzo di socializzazione primaria volta all’acquisizione dello status di soggetto politico, recante diritti e doveri.

Ciò è connesso con la cittadinanza in senso lato. La cittadinanza, infatti, definisce lo statuto dell’individuo all’interno del gruppo e definisce l’appartenenza di ciascuno alla comunità che compone il gruppo. In quanto comunità il gruppo stabilisce regole diritti e doveri, limita orienta e istituzionalizza la manifestazione di istinti, interessi e passioni. In quanto l’individuo accetta queste limitazioni è ammesso a partecipare al bene comune e condivide eguaglianza nei confronti degli altri membri. La cittadinanza non si risolve in un apparato di interessi e di garanzie, l’essere cittadino è partecipare attivamente a una vasta rete di relazioni sociali, morali e ideali che sfociano nella partecipazione diretta alla vita politica dello stato. Esprime il legame del singolo con la collettività è la forza che impegna l’individualità ad un legame sociale solidale con gli altri. E’ nel rapporto io e l’altro e sull’immagine dell’altro che opera la cittadinanza; l’altro ha una sua autonomia è il diverso ma viene investito della stessa dignità morale dell’io. La comune appartenenza, la comune percezione dei valori di una civiltà, dei fini comuni del gruppo mi lega e porta a stabilire quelle norme alle quali entrambi vincoliamo la nostra azione. La concessione di un diritto di voto senza l’acquisizione, almeno simbolica, della cittadinanza si risolve in un mero atto di assistenzialismo senza che, il soggetto, risulti integrato nella sfera sociale e risulti pertanto un soggetto portatore di diritti come di doveri: la politica in senso generale, è la dimensione in cui avviene la coesione del gruppo.[1]

Le moderne democrazie sono nate e si sono rette sull’ideale trasformazione dei sudditi in cittadini e sulla costituzione di un rapporto diretto di rappresentanza con chi detiene il potere fondato su valori comuni e su un comune progetto di società. E’ su questa appartenenza e non sulla comunità di interessi economici che coesistono le basi della rappresentanza politica. Se questa solidarietà morale si rompe o viene a mancare questo corrode le basi stesse della rappresentanza che scade a rappresentanza di interessi e il rapporto si trasforma in puro scambio di prestazioni. La rappresentanza politica è stato di fatto identificata con il voto che è l’oggetto della contrattazione sul mercato politico.  Ciò che viene a mancare è lo statuto della cittadinanza che dà senso e garanzia al rapporto politico.  Il carattere delle istituzioni e il loro funzionamento è connesso strettamente a questi elementi vitali del rapporto di gruppo. Se muta il senso di cittadinanza muta anche il senso delle istituzioni e dell’organizzazione politica. Essa deve necessariamente coinvolgere elementi morali ed ideali e non si deve concentrare invece in un apparato di interessi e di garanzie. L’essere cittadino specie per l’immigrato deve esprimere il legame del singolo con la collettività, non può essere un rapporto semplificato ed inserito in un sistema omogeneo stabile di comportamenti utilitaristici. Se manca di questi elementi la cittadinanza è solo una collocazione in un grosso appartato di interessi e garanzie su cui non si può fondare nessuna vera integrazione. Se si sostituisce al cittadino soltanto l’avente diritto che indirizza le aspettative verso l’alto a chi ci dovrebbe rappresentare e che perciò deve concedere, la cittadinanza diventa astratta e spersonalizzata e si traduce in un insieme di leggi e regolamenti e non rappresenta più la produzione collettiva di convivenza. Non si tratta più di produrre consenso ma soltanto di conservare il principio dell’utile e di colmare il deficit emozionale dirigendo l’ansia di cambiamento su nuovi spazi per ridare personalità degli individui nei rapporti sociali, per riottenere un senso di appartenenza oramai debilitato, dirigendosi verso nuovi legami sociali, alle nuove ideologie conservatrici o ai fondamentalismi.

Far coincidere l’acquisizione dello statuto di cittadini agli immigrati significa dunque risolvere i problemi della rappresentanza ma anche del controllo sociale dell’integrazione e della coesione del gruppo. Una rappresentanza che deve non solo rappresentare e garantire la soddisfazione degli interessi ma deve fondare, costituire produrre la società, la cultura e gettare le radici solide del legame sociale tra individuo e gruppo. Il problema della concessione dei diritti politici agli immigrati non può essere risolta soltanto nell’Ambito della politica ma della cultura recuperando la totalità e la profondità del legame sociale dentro il quale si rendono possibili tutte le differenziazioni e contrapposizioni senza minacciare l’unità sostanziale del gruppo. La cittadinanza identifica l’altro e allo stesso tempo gli attribuisce una certa libertà di azione i cui limiti non sono rappresentati da vincoli esterni ma da valori interiorizzanti e da un riconoscere in lui la stessa essenzialità dell’io. Mediando le diversità, unificando le volontà attraverso un rapporto fiduciario, creando una struttura verticale di consenso sulle persone chiamate a decidere il senso di appartenenza dà vita alle forme della rappresentanza politica in cui la norma non viene più sentita come imposta dall’alto ma viene avvertita come forma necessaria di autoregolazione della vita comunitaria.

Per garantire una vera integrazione bisogna dunque costruire dal basso nuove solidarietà, nuove forme di cittadinanza e di rappresentanza che riattivino le funzioni portanti della cultura moderna (il senso di appartenenza, le norme di autoregolazione, la rappresentanza come cemento fondante la società). Se invece non si sarà in grado di ricostruire questo rapporto simbolico-affettivo tra il gruppo e l’individuo rimarranno e si riattiveranno forme virulente di intolleranze e violenza, e di una conflittualità generalizzata.

 

(pubblicato su didaweb.it)

 Note

[1] Il termine politica deriva dall’aggettivo polis e si riferisce a tutto ciò che riguarda la città, il cittadino civile e pubblico e sociale.

Immigrati: non lo siamo forse tutti?

 

images.jpg

 

Una volta mi è stato detto che il significato profondo del fenomeno dell’immigrazione è connesso con un cambiamento. Cambiamento come passaggio da uno stato ad un latro. Infatti colui che si sposta non modifica solo luogo di residenza o di lavoro; ma viene immesso in un tessuto di significati culturali diverso e a volte opposto a quello in cui è nato. Significa trovarsi di fronte e realtà diverse, valori sconosciuti, modalità di interazione  che esulano dalla propria esperienza umana . si viene catapultati in un mondo del tutto alieno eccitante ma inquietante al tempo stesso. Ognuno di noi diventa così immigrato in tutte quelle esperienze di vita che ci pongono di fronte all’latro da se ma anche a nuove modalità di socializzazione, nuovi valori, nuovi significati culturali, persino nuovi linguaggi. Anche se si tratta soltanto di cambiamenti banali come quello di un nuovo lavoro, di una nuova cerchia di amicizie da quelli più grandi come cambiamenti di status sociale o addirittura di città e nazione. Il linguaggio in quanto portatore di significati culturali necessariamente si modifica adattandosi ai valori che la nuova realtà porta con se.

Ricordare simili esperienze ci porta ad essere perciò più flessibili ed empatici con le realtà più grandi con cui tutti i giorni veniamo a contatto: quelle dell’immigrazione.

Parlando della mia esperienza personale, ad esempio,mi vengono in mente una varietà incredibile di episodi in cui ho affrontato radicali cambiamenti, di ambiente, cultura e persino linguaggi. Ogni ambiente in cui mi sono ritrovata aveva, infatti, un suo preciso bagaglio di valori, di miti e un preciso modo di comunicare, formato da un vero e proprio linguaggio a parte. Questa è una forma di trasmissione di idee base che costituiscono poi il cemento del gruppo.  Ho iniziato questo viaggio da adolescente, scegliendo una scuola superiore differente da quella che il mio ambiente si aspettava da me. Il quartiere dove sono cresciuta, ovattato, protetto, definiva la mia identità in modo netto e preciso non tenendo conto, però, delle mie inclinazioni personali. Divisa tra una famiglia che mi educava a scelte di vita autonome, privilegiando il libero arbitrio e un ambiente sociale che divideva le persone in buoni e cattivi, la mia confusine raggiungeva alte vette! Gli insegnamenti dei miei genitori erano preziosi ma, talmente controcorrente, che non mi assicuravano certo l’accettazione del gruppo con cui mio malgrado, mi trovavo a vivere. Nel mio quartiere la parola delle persone “influenti” ( le maschere!) era legge e inseriva in ruoli stabiliti da cui poi era difficile uscire: la brava ragazza, i  ragazzi difficili, i vagabondi…. La nuova scuola oltre a essere un professionale, si trovava nel ghetto ebraico, praticamente un altro mondo dove i ruoli consueti, venivano totalmente stravolti e dove lodi, apprezzamenti, rispetto dovevano essere guadagnati non elargiti per rendita. All’interno della scuola trovai  un universo sconosciuto, fatto di linguaggi abitudini, valori e regole diverse da quelle a cui ero abituata.  Persone che  sembravano provenire da un altro pianeta, mi fissavano a loro volta sconcertate come se avessi attorno a me l’alone del diverso. L’impatto fu tremendo. Abituarmi a convivere con altri fu difficile, ero spesso a disagio e spaventata. Ho dovuto lottare a lungo per essere accettata, per riconoscere le persone cardine che avrebbero favorito il mio inserimento. Ma soprattutto la lotta fu interiore, dovevo scardinare un identità fatta di comode abitudini, una identità donatami da altri. Perché in fondo era questo cui sentivo il bisogno, avevo bisogno di imparare a conoscermi, di modificare la mia rigidità mentale. Di trovare un mio modo di essere, di avere anche, la possibilità di rifiutare in blocco il bagaglio culturale che mi portavo appresso per nascita e  per educazione. La mia rigidità mentale si scontrava con la dinamicità della vita, una dinamicità che prima sembrava occultata. È questo scontro che rende difficile l’inserimento. Perché si ha come l’impressione che, questo fiume in corsa, minacci la propria identità. In realtà, come scopri nel corso degli anni, l’identità non viene affatto minacciata da questa vivacità, piuttosto ne esce modellata, così come l’acqua modella una roccia. La roccia è sempre lei ma cambia la forma. Lasciarsi andare al cambiamento ci dona la flessibilità di saper mutare la forma ma non la sostanza. Per questo è grazie a tutte le altre esperienze di immigrazione, che ho visto l’altra faccia del cambiamento, un vasto processo in cui ogni modifica è uno sforzo e un atto di responsabilità per poter mantenere costante un equilibrio. In questo caso un equilibrio nei rapporti e nelle comunicazioni interpersonali. Credo che adesso la mia esigenza di essere un’ eterna emigrata, sia connessa con il desiderio di  conoscere, di imparare a rapportarmi con vari contesti, con vari ambienti per potermi adattare a una vita in continuo movimento, a un mondo che si rivela sempre diverso da ciò che si apprende nei libri.

Ho iniziato a capire che tutti noi siamo collegati, immersi in una fitta rete di relazioni ed ogni singola azione ha una ripercussione su altri sistemi e modi di vita. Questa interdipendenza può essere mantenuta in equilibrio solo se si re-imparano i rapporti  e questo è possibile, solo se si travalicano i limiti imposti alla nostra coscienza, dalle rigidità del sistema.

IL DIALOGO TRA LE CIVILTA’. ISLAM E OCCIDENTE

download

Parlare di dialogo con l’islam nei tempi recenti di brutale guerra, di nuove crociate, di violenze, vendette e odio, può apparire strano se non utopico. Eppure proprio perché ci troviamo sull’orlo di una vera e propria apocalisse dei valori, credo sia giunto il momento di iniziare finalmente un vero e proprio dialogo tra noi e l’Islam. Inutile mentire, questo finora non si è mai avuto, si sono avuti contatti commerciali, a volte culturali, scambi brevi, influenze, ma il dialogo, quello non si è ancora sperimentato. Non si è sperimentato perché in fondo Occidente e Islam rimangono due sconosciuti. Sconosciuta la storia islamica, ma addirittura le origini. L’Islam è una religione monoteista che condivide con noi una matrice comune:l’eredità giudaico-caldea. Anzi oserò di più affermando che, la forma islamica, è la forma più fedele alle antiche radici giudaiche, laddove noi ce ne siamo allontanati preferendo l’interpretazione paolina. Il pomo della discordia più importante in questa annosa disputa verte sopratutto su problemi teologici come quello della natura di Gesù cristo. Si trattava di stabilire chi avesse ragione, di chi disponesse del primato della verità.

La guerra tra islam e occidente letta in quest’ottica avveniva come un mero strumento religioso: il popolo eletto, il popolo vincitore era quello che seguiva i veri insegnamenti di Dio; questa elezione legittimava la superiorità politica e scientifica. Da questo tira e molla non siamo mai usciti. Ad un certo punto però la situazione si complica quando l’occidente inizia a sorpassare l’Islam sul fronte tecnico scientifico. Improvvisamente lo scontro non avveniva su un piano politico o religioso ma su quello delle idee nuove che il progresso portava con se. In pratica lo scambio che si instaurava tra le parti era il tentativo di sottomettere e convincere l’altro della propria superiorità e della giustezza delle proprie posizioni. Ma per emergere economicamente forti abbiamo dovuto scardinare la nostra essenza culturale sostituendo,ad esempio la regalità sacra con la formula macchiavellica di governo, e il senso del sacro con il materialismo più puro pretendendo che le altre civiltà facciano lo stesso. Chi non si adegua viene rilegato ai margini delle società che contano nel mondo.

Ma se questo comportamento appare illogico e assurdo in genere, applicato poi ad una civiltà come quella islamica per cui la  tradizione ha un forte valore identitario, e addirittura impensabile. Il rapporto risulta così disarmonico pieno di messaggi contradditori. Da un lato si esorta l’Islam a progredire, a comunicare dall’altro però si pone come requisito base per questa evoluzione dei limiti invalicabili stabilite dal paese dominante. L’islam viene così immesso nello pseudo-dialogo alla condizione, però, che esso non sia più islam e che cambi drasticamente i suoi assunti culturali, sotto la minaccia costante di terribili sanzioni. Accogliere questo invito minaccia l’integrità stessa della cultura; un paese senza cultura diventa un paese senza anima. Questo intreccio di inviti e minacce impediscono all’Islam un adeguato e personale sviluppo; si sente attratto dalle promesse di prosperità ma teme che lo scambio poi si riveli un’arma a doppio taglio.

La reazione islamica avviene di fronte non tanto allo scontro politico ma alla modalità in cui esso si svolge: non su un piano di priorità, ma immette idee e principi ritenuti sacri in un territorio che non è in grado di accoglierli. Queste idee riguardano non tanto la questione dei diritti fondamentali ma la spaccatura tra politica e morale, la libertà portata all’eccesso che travalica i confini del pudore e l’esaltazione di comportamenti iper-individualistici. Come si può pensare che questa immagine di arrogante superiorità sia un presupposto idoneo per un dialogo? Il dialogo presuppone due entità precise che ponendosi su un piano di parità, si confrontano a viso aperto. Il dialogo presuppone flessibilità, disposizione al cambiamento a lasciare da parte la proprie maschere. Altrimenti il dialogo diventa monologo e il monologo di solito o annoia o nel peggiore dei casi irrita a morte. Come noi possiamo influenzare positivamente l’islam così dobbiamo permettere che anche lui ci influenzi, se vogliamo che la comunicazione diventi un momento di crescita e non di distruzione.

(Pubblicato su didaweb/mediatori.it)

La gihad

 

islam2.jpg

 

Viviamo in un periodo pieno di contraddizioni e nodi da sciogliere. Un mondo dove tutto è il contrario di tutto, dove la globalizzazione e la multiculturalità, sono sintomi vivi di una complessità del reale, ammantata dal dolce oblio dello schematismo e del dogmatismo.

Questa complessità, ci impone l’assunzione coraggiosa e consapevole, di un metodo efficace in grado di sciogliere quei nodi e ripensare i capisaldi del pensiero con cui, finora, si era effettuata la costruzione della realtà sociale. Significa rielaborare il linguaggio e analizzare i concetti e le parole che formano le barriere sociali. Significa scavare nel terreno fertile del significato, per ridare vita ai fondamenti stessi del linguaggio.

Questo, diviene un obbligo, specie nel caso del rapporto tra Islam e Occidente.

Dopo l’attentato dell’11 settembre, si è acuita in maniera preoccupante, la dicotomia Oriente Occidente. Questa dicotomia, rischia di sfociare in una vera e propria guerra di civiltà e religione, dove non si avranno vincitori, ma soltanto vinti.

Il tema del fondamentalismo, va affrontato, dunque, con rigore scientifico, con professionalità, lontani da ogni reazione emotiva, da ogni atteggiamento etnocentrista, che rischia soltanto di falsare l’indagine e di accentuare la conflittualità.

Secondo Bernard  Lewis, la traduzione letterale  di gihad non è propriamente “guerra santa”, ma “sforzo lungo al strada di Dio”. Questo è comunque un concetto che, per la sua intrinseca flessibilità, viene usato prettamente per uno scopo politico. Usare un concetto che, per sua intima natura si rivolge alla faccende sacre, alla faccende relative all’animo umano e al rapporto privato e delicato tra l’uomo e la divinità, significa snaturare il concetto stesso e mira alla trasformazione della religione in ciò che non è e non potrà mai essere, ossia un movimento politico.

Anticamente, i due poli, politica e religione, erano partecipi della stessa natura ossia quella relativa la sacro (dal latino sacer ciò che è puro). Questa natura monistica si basava sugli stessi presupposti morali; il detentore dei due poteri che in realtà discendevano dall’Uno, veniva considerato servo di Dio, colui che partecipando alla Sua maestà aveva il compito divino di portare il cielo in terra. Non una divisione netta in campi distinti, ognuno con un proprio codice etico, ma la mirabolante manifestazione del rigore e della misericordia, della legge e del rispetto di essa. Nel campo divino non vi era posto per dicotomie o contraddizioni; tutto si svolgeva secondo regole antiche di armonia ed equilibrio.

Con l’avvento della società moderna, però, le cose si sono modificate. Grazie alla teoria Machiavellica, si attuò la divisone dell’indivisibile, cioè sacro e profano.  Il sacerdote divenne esclusivo rappresentante di Dio in terra diventando quasi partecipe della stessa sostanza divina. Laddove era il servo di Dio, il custode delle leggi sacre, diviene unico depositario di verità e rivelazione, esclusivo padrone della coscienza umana. Dall’altra parte, il re perde il suo contatto con Dio e diviene unico, esclusivo depositario delle leggi che, perdendo il loro scopo di scale fino alla stelle, diventano unico mezzo di controllo sociale, guadagno economico, e sottomissione alla volontà del più forte. La politica, la polis ossia l’organismo omogeneo in cui si attua l’equilibrio e l’ordine cosmico, diventa teatro di disordine, di disgregazione sociale, della morte della solidarietà umana.

Questo disastro umano, di stampo occidentale, diventa contagioso per tutto ciò che incontra. Come un morbo infetto e contagioso attacca e disgrega tradizioni antiche, culture millenarie, leggi sacre.

L’Islam stesso, oggi, può essere suddiviso in Islam politico e Islam in senso stretto. L’Islam significa sottomissione a Dio, sottomissione e riconoscimento di leggi che appartengono alla natura profonda dell’umanità; nel momento in cui lo si strumentalizza per motivo economici e politici (intendendo con politica l’arena dello scontro delle volontà scisse dai dettami divini), lo si trasforma e lo si riveste delle stesse patologie di cui oggi, soffre il genere umano: la patologia della sopraffazione, della trasgressione alle leggi sacre, della manipolazione e del guadagno.

Parlare del terrorismo come di una componente della religione, approvato perciò dal Corano, equivale a dire che, il Vangelo, ammette e incoraggia le crociate, gli stermini, i roghi, le sopraffazioni perpetrate nei secoli, come utile strumento di conversione.

La Guerra Santa, intesa come sforzo per raggiungere non solo Dio, ma per portarlo in terra, è una componente essenziale di tutti i culti. Nessun vero credente rimarrà con le mani in mano ad osservare la disintegrazione della società e l’abominio. Nessun vero credente rimarrà inerme di fronte a un mondo che strumentalizza Dio e lo manipola, lo controlla, lo usa a sua vantaggio. Ma d’altro canto, nessun vero credente reagirà a questa minaccia con la minaccia, alla violenza con la violenza, all’odio con l’odio.

Ma allora perché il concetto distorto di gihad è il concetto che predomina nelle menti delle persone? Perché dunque dare spazio a un significato che ammanta  la vera natura dell’Islam, distorcendo il Suo volto a vantaggio di interessi economici?

Una risposta può trovarsi nel nuovo disordine mondiale che imperversa oggi. Si tratta di una realtà sfumata, complessa, un mondo in cui, finalmente, le culture si toccano di nuovo, si incrociano, si scambiano, si miscelano. Per alcuni ciò, invece di apparire come un arricchimento, si manifestano come una minaccia costante alla propria identità. Una identità a lungo conservata, come un cimelio, una gloria. Un’identità creata a tavolino, che proprio per questo soffre di una sindrome comune a tutti: la perdita della genuinità di radici da troppo tempo dimenticate.

L’identità, sia quella occidentale, sia quella che si ritiene appartenere ad ogni singola civiltà, non può esistere in forma pura e assoluta se non in un contesto teorico. Se si vuole essere storicamente precisi l’Europa non ha in se le tante decantate origini cristiane. L’Europa è nata da un miscuglio straordinario di civiltà e influenze culturali diverse. Queste radici reali, nella loro complessità, derivano da un continuo e ininterrotto scambio, incontro e perché no, scontro di culture, religioni che riuscirono non solo ad amalgamarsi e influenzarsi, ma a creare qualcosa di nuovo, garantendo la possibilità che, il genere umano, non morisse di asfissia e di stagnazione culturale. Il  tanto decantato appiglio identitario, rappresenta proprio un modello simile; un movimento ampio la cui struttura  attuale, si è formata grazie a differenti influenze religiose di matrice orientale e addirittura celtica. E’ nella mezzaluna fertile che vide la luce il movimento che, oggi, si erge a baluardo di una sola civiltà. E’ nella mezzaluna fertile, non solo di suolo ma di idee e fermenti, che poté nascere e svilupparsi un movimento religioso nuovo che accogliesse e fondesse in se elementi derivanti da altre tradizioni. Assorbendo al suo interno molti dei movimenti mistico-religiosi dell’epoca, ha contribuito a rendere, nuovamente organica e armonica, l’aspirazione all’unità originaria presente nell’uomo. Pur non dotandosi di un rivelazione esclusiva e privilegiata, ( ad differenza di quanto si pensi il messaggio cristiano non è né innovativo, né originale), si mosse per abbracciare e dare nuovo vigore ed energia alle aspirazioni umane. Gnosticismo, paganesimo, mitraismo, zoroastrismo, ebraismo mistico, sufismo, poterono convivere per secoli in un contesto armonioso, guidando le anime verso la loro dimora celeste. Il cristianesimo cattolico, così come ci appare oggi, con la sua intransigenza, con il suo rifiuto di rapporti con l’esterno se non in una forma di privilegio e predominanza, con il suo dogmatismo inflessibile, con la sua pretesa di cancellare le rivelazioni altre, privando l’uomo di uno straordinario patrimonio mistico e mitologico, è frutto di scelte  prettamente politiche , posteriori alla nascita di Cristo. Molti dei dogmi cardine, sono stati decisi dal concilio di Nicea del 325 a.C. e di Costantinopoli del 330 a.C. Il contrastato e discusso dogma della trinità, a esempio, fu così assunto a verità infallibile tracciando una divisione netta, con le tradizioni originarie. Furono queste scelte che contribuirono ad allontanare le religioni del libro tra loro. Ed è proprio questo allontanamento la causa dei fraintendimenti e delle etichette che, oggi, inquinano il dialogo e la convivenza. Ed è proprio questa lontananza che, oggi, dobbiamo combattere.

Ciò si rende possibile soltanto con la conoscenza, con il desiderio forte e predominante di modificare una volta per tutti, gli assunti culturali che hanno predominato per troppo tempo e assumersi la responsabilità di un mondo che per sua natura è talmente indivisibile che ogni azione ha ripercussioni più o meno ampie su tutti noi. Cambiare logica, significa passare da vinti a vincitori.

(Pubblicato su didaweb /meditori.it)

L’educazione interculturale

 

images

L’incontro tra culture diverse, favorito dal fenomeno sociale delle migrazioni e dal progresso dei mezzi di comunicazione e di trasporto, ha portato a coniare un nuovo termine nuovo per descrivere la società post-moderna: interculturalità. In questa parola si racchiudono tutti i fenomeni della modernità, la globalizzazione , interdipendenza economica tecnologica ed ecologica fra le diverse componenti di un mondo in cui i problemi  e le scelte di una parte dell’umanità coinvolgono tutti in maniera più meno diretta. L’interculturalità si propone alle varie culture umane e ai loro membri come un nuovo modo di essere in relazione. Implica un approccio che abbandoni l’aggressività della logica egoistica e competitiva e una reale disponibilità a capire le ragioni degli altri affrancandosi da pregiudizi e posizioni etnocentriche. L’interculturalità richiede formazione per poter sviluppare ed acquisire:

  1. una nuova intelligenza politica delle questioni mondiali,
  1. una nuova capacità relazionale nei rapporti con gli altri
  1. una nuova maturità etica che portino l’uomo a svincolarsi da logiche legate ai rapporti di forza e all’interesse immediato.

Si tratta in sostanza di individuare un nuovo patto di convivenza che possa opporsi efficacemente all’ipotesi attuale di uno scontro di civiltà e prevenga anche i conflitti di dimensione locale tra gruppi umani di diversa appartenenza etnica e religiosa. L’educazione interculturale si rivolge a tutti i sistemi educativi che si devono proporre di guidare le persone (ragazzi genitori, insegnanti) alla covivialità delle differenze. Per fare ciò  deve operare una revisione critica dei saperi insegnati e dei valori considerati fondamento dell’attuale civiltà. Questo perché i valori devono adattarsi non solo alle esigenze dei tempi ma anche perché valori e persone di influenzano a vicenda. Ponendosi come obiettivo l’educazione alla convivenza deve necessariamente modificare e trasformare i valori precedenti in cui l’identità era sentita come un fattore da ricercarsi all’esterno di se stessi come marchio che distingueva i nemici dagli amici, il diverso come minaccia dal cittadino integrato. In questa fase storica la logica binaria amico/nemico non ha più la sua ragione d’esistere e il diverso deve necessariamente essere considerato come un fattore di crescita e non di ostacolo. Di conseguenza l’immigrazione deve essere studiato e considerato un fenomeno complesso che per essere pienamente compreso ha bisogno di servirsi di discipline differenti:

a)      un fenomeno psicologico, individuale ed esistenziale

b)      sociologico collettivo statistico-demografico

c)studio di taglio antropologico delle diverse civiltà umane la loro nascita evoluzione   e il contributo che esse hanno appartato alla storia globale.

d)   Va vista come un elemento di crescita e di evoluzione che non può intaccare l’intergità morale di uno stato qualora esso si fondi sui cosiddetti principi del diritto naturale (quello che in sostanza riconosce e difende la specificità umana personale e umana globale morale e fisica), ma può apportare benefici di cambiamento allo stato ospitante che risente di una certa staticità e chiusura culturale.

L’immigrazione gioca tutto sul terreno del confronto tra culture e valori. Questo confronto può apportare sia benefici se è effettuato con apertura e flessibilità sia chiusure quando è impostato sulla superiorità  culturale. Se ci riconosciamo parti di uno stesso tutto allora possono nascere ibridi e clonazioni che appontano benefici evolutivi all’umanità; sulla base di una visone del rispetto e della crescita il confronto porta ad abbandonare abitudini che si oppongono al libero sviluppo umano. E alla conoscenza. Ma se invece una parte tende ad considerarsi superiore all’altro senza quindi stimolare il bisogno di crescita tenderà a sopraffare e sottomettere la parte considerata inferiore con il conseguente risultato di scatenare una reazione più o meno violenta. Ognuno dunque resterà sulle proprie posizioni cosicché si avrà un ristagno culturale. In realtà educare le persone a vivere tra due mondi (immigrato e paese ospitante) e a considerare la doppia identità come una ricchezza piuttosto che come una patologica schizofrenia significherebbe riconoscere l’uomo come essere multiplo e complesso. Come un’entità in grado di prendere i valori elaborarli e creare forme nuove; in questo caso l’identità doppia è l’intraprendere il viaggio eterno dentro di se e tra le mille possibilità umane. Significa esaltare la flessibilità a scapito della staticità.

Per ottenere tali risultati flessibilità a discapito della chiusura culturale si deve pertanto effettuare una revisione critica dei saperi insegnati a scuola. La prospettiva storica attuale infatti soffre di etnocentrismo; ossia ogni sapere viene interpretato, analizzato, studiato da una prospettiva dei cosiddetti vincitori a discapito dei vinti. Questa ha la pecca di valorizzare a volte la cultura di origine dei paesi di appartenenza di alcuni immigrati quasi a voler sottolineare come la civiltà, la cultura intesa come crescita evolutiva della conoscenza sia esclusivo appannaggio soltanto di alcuni paesi il cospetto occidente. Oltre ad abbassare l’autostima tale nefasto meccanismo innesca sentimenti di rivalsa, tali sentimenti uniti al desiderio di appartenenza a una civiltà superiore spinge spesso a rifugiarsi in risentite affermazioni fondamentaliste. L’immigrato che si sente provenire da una cultura svantaggiata sarà spinto a esasperare il suo senso di appartenenza eliminando ogni stimolo al confronto e alla crescita. Oppure sarà spinto a rinnegare la priorità cultura di origine senza pertanto essere mai del tutto accettato da quella ospitante in quanto sarà sempre l’altro fuori dallo schema dei vincitori, questo provocherà disagi sempre più crescenti fino ad causare un vero e proprio shock culturale

Decentrare la propria prospettiva invece consente di analizzare in modo chiaro e netto gli impedimenti alla comprensione reciproca. E’ un osservare al di fuori  e assorbire il concetto di complessità culturale. Si parte dalla propria cultura con l’intento di farla evolvere, ampliarla e in un certo senso superarla. Spostando il proprio punto di vista consente di capire che nessuna diversità è minaccia insuperabile ma rappresenta una possibilità di incontro e dialogo. Il dialogo in quanto scambio permette non solo di far crescere una cultura o una civiltà ma permette anche di trovare elementi in comune che prima sembravano impossibili da reperire. Mettere in discussione se stessi e i presupposti culturali è il mezzo icon cui la educazione interculturale si propone di avvicinare le persone, persone e non etichette o stereotipi privi di senso. La formazione del carattere è pertanto importante nel controllo di fenomeni come lo scontro/incontro tra culture e può essere ottenuta indebolendo la tendenza ala rivalità e alla competizione. Queste componenti sono deleterie perché influenzano la percezione che noi abbiamo nei confronti dell’altro. Spesso sono causate da una cultura che ha in se tali componenti patologiche che provocano fraintendimenti e pregiudizi spesso inconsci.

L’apprendimento di abitudini apercettive avviene  in una zona della coscienza inaccessibile alla razionalità; ogni pregiudizio sull’altro pertanto comprometterà ogni futuro incontro. Si avrà così una semplificazione delle idee a scapito della complessità della vita e della realtà e di conseguenza una semplificazione delle persone impedendo l’evolversi naturale di un contatto. L’educazione interculturale in sintesi deve poter riuscire a spezzare il cerchio della logica formale occidentale aprendo il cerchio fisso del concetto.

(Pubblicità su Didaweb/ mediatori.it)

 

 

L’EDUCAZIONE INTERCULTURALE. UN VIAGGIO ATTRAVERSO L’APPRENDIMENTO E LA COMUNICAZIONE

intercultura-620x330.jpg

Gregory Bateson[1] fu il primo sociologo che si fermò a considerare la religione come uno dei mezzi di trasmissione di significato più importanti. Aspetto cardine del suo pensiero fu l’intuizione che, ogni creatura vivente, fosse una sorta di metafora della più generale storia naturale che era in grado di rendere accessibile la percezione della natura sistemica del mondo in virtù della predisposizione umana a conoscere e pensare per storie. Queste, comunicano dei principi e delle verità eterne della storia e della biologia e permettendo agli uomini di modellare il proprio sistema sociale, in analogia con il più ampio sistema ecologico.

Come nella religione, anche nell’educazione in genere, si dovrebbe garantire l’acquisizione di una visione olistica. Il divario mente/natura, la miopia sistemica e la finalità cosciente, in fondo, non hanno fatto altro che accentuare la tendenza dell’uomo a provocare danni al proprio ambiente. Nella sua varietà di forme, nel suo continuo cambiare e nella sua staticità, il mondo attorno a noi sembra allo stesso tempo familiare e sconosciuto. Quell’avvertire con la parte non consapevole di noi, analogie e differenze, consonanze e dissonanze e il fornire risposte esplicite alle esplicite domande sul perché e sul come accade, è la premessa del nostro essere vivi, del nostro apprendere. Apprendere è la specialità dell’essere umano, significa elaborare un processo di conoscenza che passa attraverso un riconoscere la struttura che connette a noi stessi. Se la finalità cosciente impedisce la visione unitaria del reale, è necessario recuperarla per vivere i rapporti in una maniera più sana; bisogna trovare un metodo educativo diverso, più attento alle relazioni e alla sensibilità estetica della consapevolezza sistemica per poter vivere in maniera più sana e meno distruttiva le scelte che il nostro essere umani ci impone.

Il processo dell’apprendimento è dotato di una doppia struttura: una componente selettiva, conservativa e una componente casuale, creativa che prelude perciò al cambiamento. La componente conservativa agisce da filtro critico per ammettere il nuovo; attraverso il metodo della comparazione, le nuove idee si confrontano con le idee preesistenti con la logica e con il senso comune. Qui, l’elemento creativo si manifesta nell’interazione con l’ambiente esterno. Interagendo con gli aspetti causali imprevedibili della vita, ogni organismo apprende e mette in atto strategie adattative: è qui che la creatività, l’immaginazione producono nuovi pensieri e creano forme nuove. Il cambiamento avviene in virtù della flessibilità degli organismi; nell’adattarsi all’ambiente esterno l’organismo può, sì cambiare i contesti entro cui vive, ma può anche adattare la propria capacità di adattamento ed essere facilitato in questo dal fatto che apprende ad apprendere. Nel processo mentale dell’apprendimento, però, può accadere che gli individui o la società incamerino stabilmente apprendimenti e quindi cambiamenti, senza averli precedentemente codificati ( ossia senza aver assegnato un nome al processo). La codificazione diviene per l’apprendimento, un processo cruciale; in questo processo però gli esseri umani possono cadere in errori di tipizzazione logica,  ossia di assegnazione di nomi e classi ( gli stereotipi). Nell’accettare il nuovo e nel tendere a massimizzare più che ad ottimizzare, essi potrebbero fissare stabilmente una variabile che sembrerebbe assicurare un momentaneo benessere e assuefarsi all’adattamento che hanno incorporato, senza aver verificato a quale tipo logico appartenga.[2] La configurazione degli organismi viventi manifesta rapporti di relazione, e gli apprendimenti codificati, resi stabili in virtù del continuo ritornare sugli stessi contesti, creano forme rese evidenti non soltanto dal codice verbale ma anche dall’assenza di parole.[3]

Il codificare gli apprendimenti procedendo per successivi aggiustamenti, il creare o il riprodurre modelli, schemi astratti e inconsapevoli, permette di rendere stabile:

ciò che non deve essere facilmente cambiato: costituisce le premesse del cambiamento che è tale in quanto agisce per differenza.[4]

L’immaginazione e la creazione di nuove forme, vengono così temprate dal rigore e si fanno strada nel confronto (e anche nello scontro) con la rigidità del sistema che vogliono cambiare. Ogni sistema cui venga affidato l’apprendimento, rappresenta un filtro critico sotto cui deve necessariamente passare il nuovo. Pianificare tutte le soluzioni o tenere sotto controllo tutte le variabili di un progetto educativo, è pressoché impossibile; conviene piuttosto ampliare le domande e riformularle al fine di inserire le risposte in una prospettiva più grande. Quello che serve per educare l’uomo verso una strada che, passando attraverso i tradizionali metodi educativi porta alla pace, all’integrazione etnica, è ripensare il pensiero, la nostra umanità, le nostre epistemologie alla luce di una Gestalt più vasta, per riconsiderare, alla luce del fondamento biologico della vita e della conoscenza, i contesti entro cui ragioniamo di apprendimento e i contesti dove viene programmata la trasmissione culturale dei contenuti e dei metodi educativi.

Nel caso dell’educazione interculturale, bisogna rendersi conto di un fatto scontato ma di fondamentale importanza, spesso trascurato: la trasmissione culturale sarebbe facile se, coloro che apprendessero, fossero macchine banali.[5] Le persone alle quali si rivolgono i metodi educativi, coloro che imparano per tentativi ed errori, hanno già maturato alcune idee su se stessi e sul mondo. L’apprendere per tentativi ed errori convive, infatti, con l’apprendimento che avviene nella prima infanzia e che struttura quello che poi noi saremo, il nostro modo di segmentare gli eventi e l’esperienza. L’apprendimento conseguito nella prima infanzia, ha la caratteristica di autocovalidarsi e di conseguenza lo rende quasi inestirpabile. L’accettare la pluralità delle intelligenze in qualsiasi processo educativo si rivela sì una scelta saggia e obbligata,[6]ma rappresenta anche un fattore di rischio perché se tutte le epistemologie funzionano, grazie al loro continuo autoconvalidarsi, non tutte sono corrette soprattutto dal punto di vista dell’ecologia delle idee. Ad esempio, un’epistemologia incentrata interamente sull’io e non sulla relazione con l’altro, può essere distruttiva per entrambi e per tutto il sistema sociale. Nel caso dell’educazione all’intercultura questa relazione con l’altro, fondata sulla comprensione e sul rispetto, è fondamentale.

Alla modifica di componenti del carattere che possono rendere inutile lo sforzo di ogni ad addetto alla costruzione di un mondo multiculturale, è necessario che si adegui il comportamento al contesto. Noi viviamo in un contesto difficile non solo da gestire a causa della sua logica ambigua e sfumata, ma anche perché risulta differente dal modello comportamentale a cui siamo stati educati. Il contesto sociale in cui l’apprendimento si svolge (che può essere la scuola, la famiglia, la società o il gruppo di amici) appare come il luogo dove, alla cura dell’estetica della relazione, si accompagna una costante verifica delle variabili che collaborano a definire la forma del contesto, la sua adeguatezza agli apprendimenti sollecitati e dei comportamenti strutturati nel carattere delle persone.

Nasce, così, il problema di quali resistenze al cambiamento del carattere vadano rimosse, laddove la centralità della persona rischia di vanificare il progetto di un’educazione aperta alla collettività. Certe rigidità, risultato dell’assuefazione e di una certa maniera di segmentare l’esperienza, non sono stati immutabili che informano in modo deterministico sui futuri cambiamenti. La reversibilità delle abitudini apprese dimostra che un organismo può conseguire un adattamento nuovo a nuovi contesti; è lecito ammettere e richiedere cambiamenti che il carattere di un individuo può sopportare, e che sono ragionevolmente finalizzati e motivati dal contesto di apprendimento. Esiste da un lato una tendenza verso la coerenza che è propria dell’organismo, il quale pertanto tende a rifiutare ciò che avverte letale per il suo equilibrio; però d’altro lato ci può essere la coerenza e la persistenza del nuovo stimolo. A favore del cambiamento o del miglioramento dell’apprendimento collaborano la durata della sequenza correttiva, l’aver adattato un certo apprendimento all’età e il ritorno ciclico sulle stesse cose e anche l’esercizio; è così che un apprendimento, casuale e aleatorio, da semplice percezione di una differenza, si trasforma in cambiamento. E’ la persistenza di un’idea nuova è garantita non soltanto dalla sua forza interna e dall’essersi combinata con abilità complementari ma, anche e soprattutto, dalla sua durata

“anche le idee migliori resteranno scritte sulla sabbia e sull’acqua se l’incursione nel casuale non si accompagna alla ricerca di una forma che le faccia durare.”[7]

Dietro tanti comportamenti inadeguati al contesto, esiste un uso sconsiderato della libertà o l’ignorarne i limiti ma anche l’assenza da parte dell’apparato educativo di messaggi che informino sia sul necessario rigore delle procedure sia sulle forme e sui processi che facilitano la stabilità degli apprendimenti e il riconoscerli da parte di chi apprende.[8] Sono molti gli apprendimenti che possiamo comprendere e di cui possiamo avere consapevolezza. Si può ragionare anche sugli automatismi e prendere atto che sono sbagliati, cambiarli però, è un passaggio di altro ordine. L’affrontare un problema per tentativi ed errori è salutare nella fase di scoperta del problema, ciascuno nel tenere sotto controllo l’elemento casuale, si misurerà con l’esperienza acquisita e le competenze ridurranno il tempo di acquisizione per tentativi ed errori, della nuova competenza. Nel tempo però, è conveniente convertire quella flessibilità in rigidità occorre che, quel fermarsi a comprendere, sia convertito in memoria stabile e inconsapevole. Per conseguire la competenza stabile, occorre che su qualche versante colui che apprende crei qualche rigidità; sarà così più probabile che, la tensione verso un certo apprendimento, giunga a manifestarsi in una forma adeguata. Nel corso di queste operazioni si potrebbero incamerare altre nozioni, anche quelle che non si era messo in conto di imparare. L’apprendimento imprevisto acquista significato in virtù di quella rigidità che intenzionalmente escludeva altri apprendimenti; questo modo di atteggiarsi verso la molteplicità degli eventi ha all’origine alcuni apprendimenti forti e ben costruiti, magari saranno quegli apprendimenti che avranno cambiato il grado di flessibilità (l’aver esplorato più campi disciplinari può aver accresciuto la flessibilità). La scoperta di nuovi apprendimenti e di nuovi modi di segmentare gli eventi e di integrarli con la personale epistemologia, porta a riconsiderare la relazione tra se o l’oggetto dell’apprendimento. Nel caso dell’educazione all’intercultura questo porta ad una riconsiderazione dell’idea della differenza e dell’unione e delle modalità con cui quest’ultima possa essere raggiunta; inoltre, l’apprendimento può cambiare inconsapevolmente la flessibilità necessaria all’adattamento ad un contesto più ampio.

Il concetto di apprendimento superiore consente all’attore sociale.

di modificare la sua capacità di apprendere da parte dello stesso sistema in rapporto ai contesti co-costruiti, consente di acquisire un saper-fare, ma anche un saper fare acquisizione di sapere, per riconoscere non soltanto ciò che in modo virtuale, era già noto”.[9]

Apprendere, comporta l’unione del conosciuto con lo sconosciuto, comporta l’organizzare e riorganizzare l’equilibrio/disequilibrio di un sistema rispetto all’ignoto al nuovo. Il riuscire a superare i contrasti tra ciò che siamo e i contesti che attraversiamo, rappresenta un cambiamento di epistemologie. Tale cambiamento risulta necessario nel caso dell’educazione alla convivenza e alle non violenza poiché questi ultimi due comportamenti sono sostenuti da epistemologie che hanno si dimostrato la loro nocività ma che sono profondamente radicate nella nostra società.  Ad esempio le città, i confini, sono nati come risposta a bisogni di espansione, di difesa, di attacco e di conquista, mentre oggi noi dobbiamo educare delle persone  compiti che tamponino , se non addirittura allontanino, le fratture del sistema che provocano la divisione e la difesa. L’educazione delle nuove generazioni ma anche l’educazione degli insegnanti specializzati e dei mediatori, rappresenta una necessità primaria; educare sopratutto al rigore di valori condivisi quali , la pace, il rispetto e la comprensione, ma educare anche al conseguimento di un ordine superiore di cambiamento, ossia alla flessibilità e alla creatività. Queste brevi riflessioni, possono contribuire alla formazione di una mente in grado di affrontare gli innumerevoli contesti e le innumerevoli ambiguità insite nel contesto multiculturale.

LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE

La comunicazione rappresenta uno dei fattori chiave grazie al quale le persone, non solo entrano in collegamento tra di loro, ma gestiscono i loro rapporti sociali. Una comunicazione disturbata, o una comunicazione in cui uno o più elementi sono risultati incomprensibili a una parte, può causare comportamenti patologici. Si possono individuare principalmente tre tipi di incomprensioni nelle relazioni umane:

  1. Nelle comunicazioni,
  2. Nelle relazioni.
  3. Nei modi di vivere.

Ciò suggerisce tre importanti cambiamenti nelle nostre percezioni, nei nostri atteggiamenti e nelle relazioni:

  1. Smettere di cercare il controllo degli altri e cercare invece un miglioramento della partecipazione collettiva.
  2. Smettere di trattare gli altri come macchine e cercare invece relazioni spontanee.
  3. Smettere con l’abitudine alla manipolazione unilaterale del prossimo e cercare, invece, la creazione di modelli sociali di co-evoluzione.

Uno stile di conversazione tale da rendere impossibile all’ascoltatore definire il contorno preciso della conversazione può essere utile per non vedere i contorni delle conversazioni, allo scopo di aumentare le possibilità di una partecipazione creativa da parte di ciascuno. Quindi, è meglio parlare ed ascoltare in maniera circolare, indiretta e metaforica, in modo da mantenere nascoste le diverse caratteristiche del contesto trattato. Da un analisi accurata degli stili comunicativi, si possono dedurre tre importanti cambiamenti nei pensieri e nelle azioni:

  • L’attenzione nel vedere relazioni al posto di oggetti,
  • Un nuovo stile comunicativo nelle relazioni interpersonali,
  • Percepire forme organizzate al posto della percezione di quantità.

Si intravede così, una possibilità di ottenere una comprensione alternativa di quelle diverse forme di conversazione nelle quali si sottolinea il bisogno di uno spostamento verso un nuovo stile di comunicazione interpersonale, basato sull’ottimizzazione della partecipazione piuttosto che sul controllo dell’espressione delle persone. Il primo problema della conversazione interpersonale risulta essere, dunque,come il conflitto che nasce nello scegliere tra l’alternativa al tentativo di controllare gli altri nelle conversazioni e quella di incoraggiare la partecipazione attiva degli altri nelle conversazioni.

Il contorno della conversazione è una caratteristica cruciale (o un contrassegno) del tipo di conversazione che si sta svolgendo. In un coinvolgimento aperto e dinamico tra persone è impossibile percepirne i contorni perché essi vengono generati dall’interazione momento per momento tra i partecipanti. Tuttavia in una conversazione chiusa e predeterminata, i contorni sembrano troppo chiari e prevedibili, appaiono come una presenza obbligata, oppressiva e unidirezionale che esclude i contributi personali. Il nostro parlare è controllato. Il valore opposto al controllo degli altri è il concetto di partecipazione di tutti alla costruzione del loro sistema relazionale ampio e globale. Si sottolinea l’importanza di vedere l’intero sistema di interazione tra individui, nel quale tutti sono incorporati in una più ampia totalità e come la nostra personale sopravvivenza dipenda da questa rete di conversazioni sovra-ordinata.

Ci deve essere una sorta di estetica un’estetica mente/natura nel nostro modello. Questa è un’unità necessaria che, va apprezzata comprendendo che la mente non è confinata all’interno della scatola cranica, la mente è un fenomeno al quale noi prendiamo parte, mentre passa, si estende, o condivide la nostra partecipazione nel suo viaggio lungo il suo circuito di esistenza. Dobbiamo essere attenti su come partecipiamo a questi circuiti dato che qualsiasi umana malvagità, arroganza, presunzione tenderanno a trovare i loro riflessi patogeni nelle parti di natura che diventano folli.[10]

La questione riguarda in quale misura i nostri sistemi di conversazione siano fondati sul controllo, ostilità, manipolazione e perciò in quale misura noi siamo in grado di partecipare apertamente nei sistemi di comunicazione dentro i quali viviamo. Passiamo molto tempo in conversazioni nelle quali si fanno sforzi estremi per eseguire un controllo unilaterale o per incanalare la direzione della conversazione, i suoi limiti, o i suoi confini, con il deliberato intento di arrivare ad una destinazione preconcetta. In una rete aperta, relazionale, salutare non si possono vedere i contorni fino a che la conversazione non sia conclusa, nelle reti non salutari, invece, ognuno sa che le sue parole non hanno una reale influenza nella discussione, o sa quello che gli altri si aspettano che lui dica. La scelta è tra quella di essere controllato o imparare a controllare se stessi o gli altri, oppure di elaborare creativamente cambiamenti continui nel proprio sistema di vita. L’illusione sottintesa a queste pratiche è basata sulla convinzione che una persona possa impegnarsi in una specie di auto-manipolazione basata in gran parte sul parlare o sul controllo attraverso il parlare; semplicemente non esiste un parlare potente che possa sciogliere curare o rimuovere il dolore o i problemi che causano la sofferenza umana.

Gli altri tipi di errori riguardano la metafora dell’uomo come “macchina.” Queste metafore sono molto pericolose perché queste creano uno spazio all’interno del quale dobbiamo vivere e in questo vivere arriviamo ad essere plasmati dalle metafore che selezioniamo inizialmente. Possiamo trovare difficile giungere a percepire il tipo di metafora che vive dentro le quali viviamo o che vive dentro di noi. Questo rende molto difficile liberarsene, dopo che sono diventate un ostacolo o una limitazione, anziché un mezzo di trasporto utile. Siamo nati nel flusso di interazioni create nello spazio delle metafore sociali dominanti che rimangono in massima parte tacite ed invisibili, in quanto date per scontate. Dentro questo spazio le nostre analisi, il nostro lavoro e le esperienze personali, sono continuamente forgiate, modellate e fornite, a nostra insaputa, di una direzione predeterminata. Una delle più nocive è quella del mondo come macchina. L’idea che dovremmo essere efficienti come macchine è oppressiva e porta ad una situazione di abuso, le capacità di previsione, improvvisazione, generazione spontanea vengono ignorate e rinnegate.

L’approccio sistemico è la migliore alternativa valida alla metafora della macchina. Mediante questo modello, si può trovare un’organizzazione dietro alle strutture formali esplorate dai vari modelli scientifici e dalle varie discipline scientifiche. Se le definizioni devono avere come base le relazioni, l’approccio sistemico è un approccio che rispetta l’autonomia auto-organizzante di un più ampio sistema relazionale che ha le sue proprie ragioni.

La terza questione riguarda l’attitudine a voler cambiare le cose, nel voler riparare o interferire in qualche modo con le cose come sembrano essere in quel momento, sempre dal punto di vista di una parte del sistema che prova ad incollare, controllare, organizzare, il resto del sistema nel suo insieme. Questo, oltre ad essere un concetto insensato, distoglie l’attenzione dalla qualità delle cose per fissarla sulla quantità. In effetti, ad una più attenta analisi la manipolazione si verifica più spesso attraverso la riduzione di tutto in quantità. Noi usiamo la metafora quantitativa anche per dare un senso al nostro mondo interiore di soddisfazione personale; la prospettiva di manipolazione di oggetti si estende così alla manipolazione di noi stessi. Questo modo di vivere, causa patologia nella cultura e nelle relazioni reciproche. Trattare i beni e il denaro come se fossero entità qualitative, è un errore epistemologico poiché essi sono meramente quantitativi.

Uno dei modi in cui la patologia viene generata dall’ossessione per la quantità, è nel cercare di massimizzare i nostri possessi quantitativi.[11] La nostra società è basata sull’accumulazione di quantità di denaro, di potere, di successo. La comunicazione tra le parti di un sistema, diviene manipolativa nel momento in cui trasporta questi errati concetti epistemologici che impediscono il riconoscimento dell’organizzazione strutturata della vita. La comunicazione, infatti, cementa in modo saldo e duraturo le nostre percezioni della realtà; se queste sono falsate e distorte di conseguenza tutto il campo dell’esistenza sarà trascinato verso il disastro da una patologia irreversibile.

Ogni persona deve essere incoraggiata a essere pienamente presente e attenta agli scambi che sono contraddistinti da genuini legami sociali. Ogni partecipante ha relazioni che influenzano le relazioni degli uni con gli altri, quali componenti delle stesse reti di conversazioni. Se le persone si ritrovano in reti di conversazioni potenzialmente patologiche o morenti, sono incoraggiate ad essere manipolative nel trattarsi reciprocamente come macchine. Questo ha l’effetto di cancellare valori umani universali dalla reti comunicative come quelli della mutua assistenza, della mutua accettazione e della mutua comprensione. Ciò che viene drammaticamente cancellato è il senso di reciprocità goduta dagli esseri umani nelle reti che consentono relazioni sociali genuine. Senza reciprocità non esiste il modo in cui, le relazioni umane, possano co-evolversi lungo il percorso della fiducia, dell’onestà e della Questo concetto Il il

Bateson mise sempre in guardia l’uomo e lo scienziato contro i pericoli della finalità cosciente.

Ciò che ho cercato di fare con queste riflessioni sulla comunicazione e sull’educazione cerca di rispondere all’antico enigma della sfinge: cos’è l’uomo?

Il modo in cui agiamo e il modo in cui bilanciamo la complessità della liberta e della responsabilità dipendono dalla risposta a questo enigma:

cosa significa muoversi attraverso un sistema mentale più grande e complesso che ha molteplici contatti con altri sottosistemi mentali, ciascuno dei quali offre una certa  possibilità di totalità?”[12].

In questo modo, si affrontano i problemi relativi ai contatti tra singoli sistemi che si svolgono nel quadro di sistemi ancora più ampi. Cosa vuol dire essere umani? E cosa sono questi sistemi con cui entriamo in contatto e quali relazioni li legano?

Ciò che fingiamo di essere, ciò che le persone ritengono umano,sarà reso parte delle premesse del loro ordinamento sociale; ciò che viene così assimilato sarà sicuramente appreso e diventerà parte del carattere di quanti vi partecipano. Qualsiasi risposta favoriamo, nel diventare parzialmente vera perché la favoriamo, diventa anche parzialmente irreversibile, poiché la natura umana si autoconvalida. Una visione solistica, unitaria senza separazione tra mente e materia tra ragione e emozione, produce una consapevolezza costante di un mondo in cui la natura produce totalità a partire dal raggruppamento ordinato di unità. Se ci si sente parte di un tutto interconnesso, è più facile osservare e modificare le patologie presenti nella società postmoderna. Le patologie come quella del razzismo, della discriminazione, della mancata integrazione, possono essere provocate da uno sconvolgimento nella comunicazione tra le parti di un tutto, da una predominanza di valori deviati quali il potere, il denaro, il controllo e da un’educazione in cui la quantità è posta in primo piano rispetto alla qualità e alla stabilità. ciò non è altro che una disarmonia, una discrepanza, un blocco nell’ecologia interna del corpo sociale.

La risposta al quesito della Sfinge, dunque, riveste una notevole importanza anche in faccende come l’immigrazione dove spesso è stata proprio la concezione dell’uomo a favorire e rendere più cruenti i conflitti sociali. La definizione che noi diamo di essere umano educa anche la società, se un uomo da credito a opinioni infondate circa la sua natura e quella dell’altro, sarà inevitabilmente spinto a mettere in atto, comportamenti immorali e patologici. Questo ci riporta a considerare la nozione di responsabilità. Cos’è un uomo che può conoscere i sistemi viventi e agire su di essi? Fa parte della natura umana apprendere non solo dettaglia anche filosofie inconsce, diventare ciò che si finge di essere, assumere la forma e le caratteristiche che la nostra cultura ci impone. I miti, le filosofie, le costruzioni sociali in cui la nostra vita è immersa, acquistano credibilità via via che diventano parte di noi. E’verso questi miti, verso queste attribuzioni di significato, che siamo responsabili poiché questi forgiano il nostro futuro. Tutti noi, in particolare filosofi ed educatori, sono responsabili verso le risposte che essi danno all’enigma della sfinge:

Che cos’è l’uomo che Tu te ne curi? Perché l’hai fatto un po’ inferiore agli angeli e l’hai coronato di onore e di gloria..”.[13]

 

Note

[1] Gregory Bateson (1928-1980) fu un famoso antropologo che si dedicò negli ultimi anni della sua carriera a studi sulla comunicazione e sull’apprendimento.

[2] Il benessere di una popolazione è di un tipo logico diverso dal benessere di un individuo e viceversa; ed entrambi sono di tipo logico diverso dal benessere delle altre specie. L’assuefazione dunque, impedisce la ricerca di soluzioni adattative migliori per l’ecosistema.

[3] Si pensi alle arti marziali, fondate sulla ripetizione meccanica delle figure, mai spiegate a parole dal maestro e dalle quali sortisce la configurazione intera in forma di danza. Le forme i rituali, le metafore, tutti i linguaggi allusivi incontrano la nostra disposizione a cogliere messaggi non del tutto spiegati.

[4] Conserva R. Immaginazione e rigore nei processi di apprendimento in Gregory Bateson, a cura di Marco Deriu, Mondadori Milano 2000 pp.195-217

[5] Per le macchine non banali, quali sono gli esseri viventi, non si danno semplici informazioni che abbiano per esse il medesimo identico significato che hanno per chiunque altro. Quel che sì da sono perturbazioni, non perturbanti in quanto tali, ma dallo specifico, singolare unto di vista della macchina in questione” S. Manghi “Attraverso Bateson” Raffaele Cortina, Milano 2000, pp.74.

[6] Saggia perché nella pluralità degli approcci alla conoscenza risiede la ricchezza di una comunità rispettosa dell’identità della persona, obbligata per la notevole difficoltà che presenta il cambiamento totale del carattere di una persona.

[7] Bateson G op. cit. p.68

[8] Bateson in “Dove gli angeli esitano” parla a proposito della natura illusoria del libero arbitrio. Quando si passa da un determinismo più stretto a uno leggermente più lasco si rimane nell’universo in apparenza più determinato ma ci si può staccare dal contesto in cui si vive, osservarlo e compiere delle scelte. L’illusione è rappresentata dalla convinzione che, se si riuscisse a raggiungere l’ordine di libertà immediatamente successivo si conquisterebbe la vera libertà. In realtà un aumento di libertà non fa altro che provocare un aumento di responsabilità essendo libertà e responsabilità coppie complementari.

[9] Manghi S. (a cura), Attraverso Bateson, Raffaello Cortina Milano 2000, p.209

[10] Secondo Bateson, le nostre menti formano una parte della più ampia Mente, e perciò anche la nostra follia è racchiusa nella Mente più ampia. Ciò significa che la nostra mente immanente è inevitabilmente condotta alla follia dai nostri vari tipi di insensatezza.

[11] E’un’esigenza tipicamente occidentale quella di massimizzare ogni variabile sia materiale che emotiva fino ad arrivare all’acme. Questo comportamento che può causare comportamenti patologici viene confrontato con la tendenza balinese ad mirare piuttosto alla stazionarietà e all’equilibrio fra le parti che compongono il sistema sociale. La ricerca dell’equilibrio porta a riconoscere che la società balinese non conosce stati schismogenetici, e soprattutto insegna come sia necessaria, oltre che una comunicazione equilibrata e non violenta tra le parti del sistema, anche un’educazione della prima infanzia in cui si scoraggi la tendenza al raggiungimento dell’acme delle emozioni.

(Pubblicato su didaweb/mediatori)

 Note

[12] G. Bateson M:C. Bateson Dove gli angeli esitano Adelplhi Milano 19986 p.265

[13] Salmo 8 v.v4-8

Cristianesimo e Cattolicesimo

Molti studiosi, d’accordo tra loro, hanno sancito un dogma storico inattaccabile: la radice della società occidentale è basata, essenzialmente, sulla religione cristiana cattolica. Si verifica, così, una sorta di consensum su una questione che ha pochissimo di storico, ma molto di psicologico. Psicologico perché, in un’epoca di globalizzazione, risulta pressoché difficile rintracciare, delineare e limitare i confini della tanto decantata Civiltà Occidentale. Per uno storico onesto e competente, tracciare linee di questo genere è impossibile. Non esistono culture pure, ma solo risultati di invasioni, scambi commerciali, culturali, guerre, migrazioni, a volte coerenti e a volte conflittuali. Per tale motivo, ad esempio, l’Europa non ha una sola radice ma molteplici radici, non un solo carattere, ma una serie di caratteri più o meno predominanti. Questi, si sono adattati tra di loro e si sono fusi, creando qualcosa di inedito e antico al tempo stesso.

In una situazione del genere, nell’impossibilità di estrapolare un carattere unico, si pone l’accento su un fattore che può essere utilizzato per creare, finalmente, un’identità unica e collettiva sotto cui riunirsi, in nome di una specificità altrimenti impossibile. Ma questo, seppur in grado di creare una caratteristica comune, rischia di creare anche una diversità irriducibile, esaltando una componente identitaria a sfavore delle altre. In questo modo, ciò che non rientra nella definizione ”radici cristiane”, diventa l’altro da se, oggetto di sprezzo o atteggiamenti di superiorità, mascherati da tolleranza ed finta accettazione. Si è visto come, persino nelle parole del papa, questo rischio è presente; dichiararsi aperti al dialogo, incitare al rispetto delle religioni, rivendicando, però, al tempo stesso, l’esclusivo possesso della verità assoluta, significa mettere in campo un atteggiamento molto più pericoloso del conflitto aperto ed evidente.  Il conflitto evidente, infatti, può essere agevolmente analizzato in tutte le sue componenti e pertanto disinnescato, mentre il conflitto latente è più difficile da individuare, gestire ed eventualmente rielaborato in una forma meno patologica.

Questa nuova, eppur antica concezione di superiorità religiosa, si regge su presupposti che nulla hanno a che fare con la storia e neppure con la Verità.

Cattolicesimo e Cristianesimo, pur essendo considerati similari, non sono tuttavia dipendenti l’uno dall’altro. Si può essere Cristiani senza essere Cattolici, ma non si può essere cattolici senza essere cristiani.

Da questo, si può notare come il cristianesimo, sia non solo il fattore principale, ma, addirittura, sia la fonte da cui deriva il cattolicesimo. Questo lo rende di conseguenza più antico.

Infatti, l’aggettivo cattolicesimo, indica soltanto il modo in cui si è evoluto il cristianesimo, come si è interpretato il fenomeno cristiano ed come si è organizzato e coordinato nei tempi. Il cristianesimo, deriva dalla figura senza dubbio carismatica di Gesù detto il Cristo, ossia l’unto, il prescelto, figlio di Dio. Questo è il punto principale. Da quel momento in poi, ognuno ha interpretato questi elementi in modo diverso; chi in maniera simbolica, chi in modo letterale, chi in modo mistico, chi addirittura ritiene che, il cristianesimo delle origini, non sia altro che una diramazione, una setta, che si staccò in seguito dalla religione ebraica. Addirittura, viene identificato il nucleo originario del cristianesimo, nel movimento messianico di Qumran. Quest’ultima interpretazione, è tuttora in fase di studio, ed è avvalorata principalmente dal ritrovamento dei famosi rotoli del Mar Morto.

E’ dalla figura del Cristo che si articolano una serie di riti e di miti che cercano di esporre, interpretare e diffondere, nella forma più coerente possibile, non solo le vicende di quassi 2000 anni fa, ma la fede stessa espressa nei suoi insegnamenti.

Possono così ritrovarsi varie strade che riescono a porsi come intermediarie tra noi e il Cristo e di conseguenza, varie chiese raccolgono, organizzano e gestiscono i fedeli cristiani di tutto il mondo. Ognuna di queste chiese, porta avanti il suo compito cercando di fondare la sua legittimità sulla figura di Gesù stesso, o da uno dei suoi discepoli considerato depositario della missione apostolica.

Nel caso della Chiesa cattolica, la fonte della legittimità apostolica la si ritrova in Pietro, sulla base dell’assunto che, fu proprio lui, il primo apostolo a vedere Cristo risorto. Secondo altri, invece, viene basata sull’autorità di un altro importante discepolo Giacomo il Giusto colui che anche secondo quanto dicono gli atti, fu a capo della Chiesa delle origini. Alcuni studiosi più audaci, tuttavia, contestano la tradizione della successione apostolica soprattutto di Pietro, osservando come, nei Vangeli, la prima a vedere Cristo risorto fu la Maddalena.

Il problema di queste presunte legittimità sta, comunque, nel fatto che esse si fondano sui Vangeli, che però non possono essere considerati documenti attendibili come fonte storica. Questi, in realtà, oltre ad essere stati composti molto dopo la vicenda in questione, sono stati frutto di molteplici manipolazioni nonché traduzioni arbitrarie di documenti originali scritti in Aramaico (le cosiddette fonti Q). Infatti, i Vangeli furono composti in greco e contengono sovrapposizioni, collage di eventi e storie e sono spesso, troppo spesso, in contrasto tra loro su punti chiave. Quel che i Vangeli, in realtà, ci comunichiamo è piuttosto  l’atmosfera del tempo, i disagi, le speranze, il cosiddetto ethos culturale. Inoltre, il padre delle teologia cattolica, Saulo di Tarso meglio conosciuto come San Paolo, non fu mai un discepolo di Cristo; non appartenne mai, cioè, alla cerchia dei 12 (come del resto non appartenevano alcuni dei redattori dei Vangeli). Saulo di Tarso fu un collaborazionista, inviato dal Sommo Sacerdote del tempio di Gerusalemme, per sterminare la comunità di ebrei eretici (i primi cristiani) di Damasco. Saulo si avvia verso Damasco e lungo la strada, riceve una sorta di illuminazione. Da lì in poi, entrato nella comunità di Gerusalemme, formula una propria teologia e una propria concezione della vicenda di Gesù e del suo significato simbolico, che risente dell’influenza della cultura ellenica e orientale in cui era cresciuto. Il cristianesimo, dunque, risulta essere già dai suoi esordi, un culto sincretizzato che apre le porte di un ebraismo chiuso se se stesso, ai gentili. Con San Paolo, nasce la concezione o meglio si impone, il dogma teologico del Dio che muore e risorge per redimere l’umanità. Fu durante il Concilio di Nicea, che si affermò il cattolicesimo con i suoi dogmi e i suoi riti e con il tempo, questa unica visione si impose come l’unica verità sulla storia del Cristo e sulle innumerevoli versioni che circolavano in epoca medievale. Essenzialmente, essa fu una religione composita, che ebbe la grande capacità, di assorbire e amalgamare le innumerevoli influenze culturali e le esigenze delle popolazioni che ad essa si accostavano. Sembra perciò assurdo che, da sempre, essa si imponga come Verità Assoluta e Intoccabile. E soprattutto che ambisca di essere  origine e radice unica e caratterizzante, escludendo culture, civiltà e religioni che ad essa appartengono da sempre.

(Pubblicati su Didaweb/mediatori)